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Il Sindaco di Squillace
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Sig. Comandante della Formazione, Generale Spinelli,

Sig. Generale Mencagli, Signor PresidenteMariconda, dr. Catenacci,

Illustri Autorità, on. Valerio Zanone, Gentili Signore e Signori, Carissimi concittadini (è qui presente una nutrita rappresentanza di squillacesi, nativi od oriundi): a tutti grazie per la partecipazione, un grazie che estendo a S. E. il Prefetto dr. Alberto Di Pace, che avrei avuto piacere di rivedere (il dr. Di Pace è stato negli anni scorsi Prefetto di Catanzaro), e al sig. Presidente del Consiglio Comunale di Torino, dr. Giovanni Maria Ferraris, che ci ho onorato stamane nell’omaggio al monumento al Generale Pepe.  
Sono qui per compiere un dovere, che assolvo, altamente onorato dell’invito, con gioia e con gratitudine: per primo il dovere della cortesia verso i promotori di questa importante iniziativa – la Nunziatella di Napoli, Scuola ed ex Alunni, e il Comitato piemontese/aostana - ,un’iniziativa che riannoda, celebrandosi i 150 anni dell’Unità d’Italia, i tramiti essenziali che mossero gente di ogni cultura ed estrazione sociale, e soprattutto gente dei più disparati territori della penisola, a votarsi ad una causa che doveva portare, e che portò, all’italiano riscatto e al comune proposito di rendere una e grande la nostra Italia.
Per noi meridionali la Nunziatella è un nome familiare e caro, perché Scuola e fucina prestigiosa, dove negli ultimi secoli del passato Millennio si forgiarono uomini grandi e generosi, votati, attraverso l’educazione militare, all’ideale patriottico, tra cui i nostri Guglielmo, Florestano, Giovanbattista e Ferdinando Pepe, questi ultimi anche cospiratori e incatenati dai Borboni.
Guglielmo vi giunse per una scelta risoluta, che di fatto impose nel 1797 al padre don Gregorio, e che, preceduto dalle ripetute fughe dal Collegio di Catanzaro e dalle astrusità, per lui, del latino e di altre materie umanistiche, fu il primo gesto volitivo e di ribellione del suo carattere inquieto e determinato, espressione, come diceva il padre, di quel moto della terra che nei giorni della sua nascita aveva flagellato e sconquassato la Calabria e Squillace, tanto da farlo nascere, nel pieno dei rigori invernali, sotto una tenda, innalzata al Piano Castello.
Il secondo dovere mio, e della mia città, sta proprio qui: ribadire e testimoniare la continuità del sentimento profondo di italianità che portò tanti meridionali, tanti calabresi, tante famiglie e tanti eroi della mia “piccola ma antichissima” Città a sacrificare anche interessi immediati e contingenti, e a coltivare la speranza di costruire un nuovo Paese, una nuova Nazione,una nuova Italia, in cui nella solidarietà e nel mutuo e reciproco aiuto, lontani da egoismi e da particolarismi,si riuscisse a creare un nuovo popolo e una nuova prospettiva di sviluppo.
Sappiamo che così non è andata, o non è andata completamente, e che ci sono tante riserve, tante opzioni, tanti problemi che la storia di questi 150 anni tuttora tiene aperti, rimarcando le due velocità con cui il Paese è camminato e soprattutto – almeno per noi del Sud – le diversità e gli scontri, almeno sul piano politico-sociale, immortalati nella splendida novella “Libertà” di Giovanni Verga, quando a Bronte, nell’agosto 1860, il colonnello Bixio fece tacere in un bagno di sangue il bisogno di progresso e la ribellione dei contadini siciliani, un bagno che , secondo Sciascia, <<dice quel che il Risorgimento non è stato, idea non realizzata; speranza dolorosamente delusa; e ancora ne portiamo pena e remora>>.

Non ostante questi limiti e queste incompiute; non ostante queste diversità e queste disparità, noi meridionali, soprattutto in questi giorni di rivendicazioni egoistiche e secessioniste, intendiamo ribadirela fondamentale, irreversibile e irrevocabile unità che insieme, Nord e Sud – pensatori, formatori, organizzatori eroi e martiri – abbiamo voluto e abbiamo conseguito e che vogliamo insieme sviluppare ed equilibrare in termini di giustizia e di solidarietà.
Dico questo, preso da emozione profonda, perché sento di esprimere, in una circostanza così solenne la nostra gratitudine a questa nobile e ospitale città di Torino, che non solo fu anima e stimolo del nostro Risorgimento, ma che accolse a braccia aperte tanti nostri esuli e tanti nostri conterranei, non solo durante le lotte risorgimentali – Guglielmo Pepe, insieme al cugino Damiano Assanti,vi trovò rifugio diverse volte, nel corso dei tanti esilii e fino alla morte che qui lo colse l’8 agosto 1855 – ma poi accogliendo i tantissimi nostri emigrati che dal 1945 arrivarono massicciamente in questa città, radicando e generando nuove famiglie di torinesi.
Consentitemi di rivolgere anche a tutti questi emigrati, con un abbraccio grande e forte, il mio saluto, rinnovando a loro, a quelli della prima ora e a quelli che si sono trasferiti negli ultimi sessanta anniil ringraziamento e l’orgoglio della loro Squillace per la fortezza che hanno avuto nel separarsi dalla loro terra amara ed amata, ma soprattutto per la tenacia, la dignità, la serietà, l’impegno esemplare con cui si sono innestati in questa grande comunità, e in questa grande palestra del lavoro.
Guglielmo Pepe fu il primo a dare l’esempio di come i calabresi e gli squillacesi sanno essere fedeli agli ideali, ai valori, alle testimonianze concrete per il progresso civile e sociale, per l’affermazione della dignità della persona, quale che sia il lembo di terra che li ospita.
Non a caso fu tutta Torino a stringersi intorno alle spoglie del nostro Generale l’ 11 agosto 1855, al tempio della Gran Madre di Dio; fu Torino per otto anni- fino a quando non tornò trionfalmente a Napoli, nel 1863, per riposare in quella dell’amato fratello Florestano - ad ospitare la sua tomba, accanto a quella dell’amico Vincenzo Gioberti; fu Torino ad innalzargli il primo simbolico monumento, a cui stamattina abbiamo reso omaggio in Piazza Maria Teresa.
Come sindaco di Squillace dico alla Nunziatella e a Torino soltanto grazie, grazie imperitura, grazie senza confini.

Sono certo che da me non vi aspettate una rievocazione storica dei due generali e Patrioti squillacesi.

Prima di me il prof. Mola ci ha tracciato lucidamente la figura di Francesco De Sanctis e il suo impegno per la formazione della coscienza nazionale. Io riprendo, proprio da De Sanctis, alcune frasi toccanti e scultoree da lui pronunziate qui a Torinosul feretro del nostro generale, mentre si raccoglievano le lacrime della vedova, la grande scozzese Marianna Coventry, benefattrice degli esuli italiani a Londra, a Parigi e a Torino; mentre le giovani donne di Venezia, riconoscenti dell’eroica difesa che il nostro generale aveva combattuto sugli spalti di Marghera, insieme a Manin, a Tommaseo, a Foscolo, al giovane poeta Poerio, e mentre una folla di patrioti, canuti e giovanissimi, salutavano con nostalgica commozione il vegliardo calabrese che li aveva guidati e spronati in tante eroiche battaglie e in tante difficili prove politico-militari e che non riusciva a vedere il compimento dell’Unità, da lui tanto sognata e e favorita.
De Sanctis così diceva in quel giorno: "Chi voglia fare la storia del nostro Risorgimento e cerchi un protagonista, un uomo in cui si rifletta e s'individui, non lo troverà: gli autori sembrano vane ombre, che mentre tu le stringi ti sfuggono dalle braccia: brillano un istante sulla scena, poi scompaiono ( ... ). Nel rapido avvicendarsi di uomini e di cose trovi appena l'uomo di questo e quell'atto. Guglielmo Pepe è l'uomo di tutto il dramma. ( ... )Soldato nel '99, capo nel '20, nel '48fu il padre della nostra rivoluzione... uomo di tre rivoluzioni, quando tu l'incontravi, quante rimembranze!Vedevi in lui tutta la nostra storia…”.

Da qui a poco, il generale Bovio ci parlerà da par suo di Enrico Cosenz: è questo patriota uno dei soldati più fidati e più legati a Guglielmo Pepe, tanto che sarà lui – insieme a quattro altri commilitoni difensori di Venezia: Damiano Assanti, Francesco Carrano, Gerolamo Ulloa, Camillo Boldoni - a ricevere in dono la bella proprietà della Coscia, oggi Copanello, alla marina di Squillace, sulle sponde del nostro glauco golfo, antico possedimento dei Pepe, già appartenuta all’altro famoso squillacese Cassiodoro Senatore, fondatore del celebre Vivarium, prima università d’Europa.

Non sono pochi gli studi e le monografie che hanno esaminato e valutato le splendide e coraggiose figure dei fratelli, generali e patrioti Florestano e Guglielmo Pepe: contenute ed in gran parte obsolete quelle riguardanti Florestano, molto più numerose ed attuali quelli che si interessano di Guglielmo, del quale possediamo approfondimenti più o meno esaustivi che vanno dai primi esegeti risorgimentali (Imbriani, D'Ayala, Carrano, De Sanctis, ecc.) fino a Ruggero Moscati, che pubblica nel 1941 un primo epistolario, e recentemente a Giovanni Spadolini che traccia una scultorea immagine nel "Gli italiani che fecero l'Italia", fino ai nostri giorni con Barletta, Talarico, Marotta Catenacci, Mariconda, Manfredi eVoci.

Tutti e due i generali restano, comunque, personaggi cruciali delle fasi più vivide del nostro riscatto nazionale, dagli anni possenti dei moti liberali e fino agli anni immediatamente successivi alla prima guerra d'indipendenza.

Più esaltato Guglielmo che merita le frasi scultoree di Manzoni e di Mazzini, meno considerato Florestano, una personalità che non si capisce se non si considera appieno quanto Guglielmo, in una lettera diretta al cugino Assanti, poi Generale e parlamentare, voleva che si scrivesse sull’unica tomba dei due fratelli e che noi scolpiremo, nei prossimi mesi, nella ricomposizione a Squillace di un unico monumento dei due Patrioti:Eran due corpi e un'alma, E nella patria tenevan chiodato il core.

Vorrei perciò tanto parlare di Florestano, e dell’ambiente familiare di Squillace, e delle cose inedite della sua vita, ma il tempo è tiranno.

Ricordo che egli combatte, insieme all’eroe Ettore Carafa, come Leonida alle Termopili, sotto le mura di Andria, il 23 marzo 1799, per difendere i valori liberali e rivoluzionari inalberati dalla Repubblica Partenopea, procurandosi una vistosa ferita al petto, mai rimarginata; è poi con Bonaparte a Marengo e in Russia, partecipando ai combattimenti in mezzo alla neve e ai ghiacci al comando dei suoi cavalleggeri, chiamati “i diavoli bianchi”, i quali coprono la ritirata degli avanzi sbandati della Grande Armata, permettendo ad essi e allo stesso Napoleone diraggiungere Vilno e Danzica; è comandate generale per sottomettere nel 1820 Palermo, dove però, attraverso un intesa dignitosa e lungimirante con gli insorti siciliani, abbozza la prima autonomia della Sicilia, sconfessata dal Borbone, al quale con superiore dignità rifiuta ogni onorificenza eprebenda, decidendo di prendere le distanze da questa cecità, con l’abbandono di ogni ruolo politico o militare al vertice del regno.

Non bisogna dimenticare il sostegno con consigli, solidarietà e cospicue risorse finanziarie che egli, abbastanza ricco, assicurò al fratello, sempre in difficoltà, e quindi alla causa italiana.

Il suo più accreditato biografo, il patriota Francesco Carrano, conclude la sua rievocazione, nel 1851, con questa frase: <<Cosi visse Florestano Pepe - soldato e cittadino italiano - del quale non so. se debbasi più lodare l' amor di patria, e il valore e il sapere guerresco, ovvero la temperanza, la giustizia, la magnanimità e mansuetudine, virtù che in tutte le condizioni della sua vita virilmente praticò, e la nobile fierezza con la quale per trenta anni si tenne lontano dai potenti dominatori, in ogni tempo leale e grandemente libero; o più ancora i domestici affetti, e l'amore che portò alle grandi sventure e al fratello in felicissimo>>.

Prima di concludere, vorrei fissare in questo incontro così prestigioso e solenne, almeno questi tre concetti:

 

  1. Lettura più recente del Risorgimento, alla luce dei comportamentidi G. Pepe.

Molti studiosi, ormai, inglobano l’epoca risorgimentale in una prospettiva di lungo periodo, che va dal Triennio Rivoluzionario 1796-1799 e si chiude con l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana.
Ciò perché la ricostruzione di questo periodo storico è imperniata sui valori di democrazia e di libertà che hanno fatto nascere le repubbliche giacobine italiane e che hanno fatto scegliere il tricolore (da Reggio Emilia in poi) come simbolo delle nuove realtà politiche create in Italia sull’onda della Rivoluzione francese.
La proclamazione dell’Unità (17 marzo 1861), con la caduta dei Borboni e la nascita del Regno d’Italia sono tappe importanti di una storia che però vede l’affermazione della sovranità popolare e dei diritti dell’uomo e del cittadino soltanto dopo la Resistenza (1943/1945), il referendum istituzionale (2 giugno 1946) e l’entrata in vigore della Costituzione (1 gennaio 1948).
È importante cogliere il dato fondamentale della partecipazione popolare al Risorgimento e alla Resistenza come testimonianza del postulato che sono i popoli a fare la storia (Michelet).
Nel 1799 la Repubblica partenopea cade e viene travolta dalle armate della Santafede perché il popolo meridionale è antigiacobino nella stragrande maggioranza (fermo restando l’eroismo e il martirio dei giacobini napoletani), e si comporta sulla linee delle “insorgenze” popolari tipiche di quel periodo. Il 1820/21 e il 1847/1848/1849 segnano tappe importanti e momenti decisivi della maturazione civile e nazionale dei popoli del Regno delle Due Sicilie che nel 1860/61 combatteranno con Garibaldi per l’indipendenza e l’Unità d’Italia, costringendo i Borboni ad abbandonare il Regno.

Dopo l’8 settembre del 1943 e la fuga di Vittorio Emanuele III di Savoia è ancora una volta il popolo a scendere in battaglia e a fare la Resistenza.

Perciò ribadirlo come filo conduttore per la ricostruzione del manifestarsi e radicarsi vittorioso della democrazia nel nostro Paese è essenziale anche per recuperare al Mezzogiorno il ruolo di protagonista di una storia che porta alla democrazia l’intero Paese.
In questo contesto, particolare rilievo assumono le repubbliche nate nel corso del Risorgimento che hanno avuto consacrazione popolare e che hanno visto intere città combattere per affermare la democrazia e poi l’indipendenza e l’unità d’Italia.
In particolare, la Repubblica napoletana nel 1799, la Repubblica Romana nel 1848/49; la Repubblica di Venezia sempre nel 1848/49 e, consentitemi, la Repubblica di Squillace, che sorge sull’onda di quella napoletana, con l’albero della libertà piantato il 3 febbraio 1799 nella Piazza del Vescovato e la condanna di molti squillacesi come “rei di Stato”, travolti il 28 marzo delle truppe del cardinale Ruffo..
Nell’ideale repubblicano credette e si votò lo stesso Guglielmo, che lo abbandonò soltanto quando si rese conto, insieme ad altri spiriti liberi, che l’Unità poteva conseguirsi solo attraverso la Monarchia di Casa Savoia.
È noto a tutti che Guglielmo Pepe, fu uno dei primi a individuare, come sostengono diverse cattedre universitarie, il processo risorgimentale nel Mezzogiorno come guerra civile.
Vive da giovanissimo, peraltro, il dramma della guerra civile nella repubblica partenopea. Un dramma che lo accompagna come giovane ufficiale rientrato a Napoli nelle armate napoleoniche che porteranno sul trono prima Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat.

Nell’esilio di Londra e di Torino progetta e abbozza, finanche, una società di “Fratelli costituzionali europei”, anticipando idee e organizzazione di popoli che solo nel XX secolo prenderanno forma e corpo.

Assenza di molte città repubblicane, tra quelle decorate con medaglia d’oro.
Il caso dei fratelli Pepe, non è un caso isolato.
A Squillace, e nella Calabria, intere famiglie della borghesia e del popolo sposarono a poco a poco l’ideale risorgimentale e si impegnarono quasi coralmente per la sua realizzazione, meritando, secondo noi, il conferimento della speciale Medaglia “per le azioni altamente patriottiche compiute dalle città italiane nel periodo del risorgimento nazionale".( R.D. 4.9.1898, n. 395).
Risulta che questa benemerenza sia stata concessa, per motivi contingenti e forse anche ideologici, solo a pochissime città benemerite dell’impresa risorgimentale: né Napoli, né Roma, né Venezia sono state infatti incluse dai Savoia nelle città meritevoli di medaglia d’oro.
Sottolineo qui la necessità per queste altre città di chiedere un riconoscimento al merito risorgimentale che la Monarchia ha loro negato.

La Repubblica italiana nel 150.mo dell’Unità può e deve riparare l’ingiustizia e può e deve rivendicare al Risorgimento i contenuti democratici che l’hanno reso immortale e che si ricollegano, essi soli, alla maturazione civile di un popolo che vuole la libertà per sé e per tutti gli altri popoli.

La richiesta può certamente partire da Squillace, patria di Guglielmo Pepe, la cui vita di combattente per la libertà si apre, a 16 anni, sulle barricate della Repubblica di Napoli e si chiude sulle barricate della Repubblica di Venezia nel 1848/49, ma può essere patrocinata e autorevolmente sostenuta, io lo auspico, da Torino, dove l’esilio e la morte del Pepe suggellarono una vita patriotticamente generosa e intemerata.

Sarebbe un modo di evidenziare la continuità di una battaglia per la democrazia che ha visto poi nel 1943-45 la città di Torino in primo piano nella resistenza e che sulle montagne del Piemonte ha visto uniti, ancora una volta, cittadini italiani provenienti anche dalle regioni del Mezzogiorno.

 

  1. Iniziativa per la pubblicazione delle Memorie di Guglielmo Pepe. 

Le Memorie di Guglielmo Pepe, e molti altri suoi scritti, consentono di avere il punto di vista di un protagonista capace non solo di combattere, ma di ragionare su ciò che accade sotto i suoi occhi.
Ripubblicare le Memorie sarebbe perciò un omaggio reso alla personalità del Pepe – e Squillace se ne fa promotrice -, ma sarà anche un servizio alla conoscenza di aspetti fondamentali del Risorgimento italiano.
Credo che con queste sottolineature e con questi stimoli, che mi sono permesso di sottoporre alla vostra cortesia e alla vostra sensibilità culturale e patriottica, io possa lasciare questa alta tribuna, ringraziandovi ancora una volta – promotori, organizzatori, intervenuti e città di Torino – per il prestigio della celebrazione e per la stupenda considerazione che avete riservato alla mia Squillace e ai suoi grandi figli e patrioti, Guglielmo e Florestano Pepe.

 

Torino, Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell'Esercito, 1° ottobre 2011

 

GUIDO RHODIO
Sindaco di Squillace

 

GiovanniVerga, a distanza di vent'anni, riprende i fatti di Bronte nella novella “Libertà”, pubblicata il 12 marzo 1882 nella "Domenica Letteraria" e compresa poi nella raccolta Novelle (cfr. GiovanniVerga, “Novelle” a cura di Roberto Fedi - U. Mursia editore, Milano,1988).
De Sanctis Francesco, Discorso di commiato da Guglielmo Pepe, Torino, 11 agosto 1855, in F. De Sanctis, Il Mezzogiorno e lo Stato Unitario, a cura di Franco Ferri, Guglielmo Pepe, Einaudi 1972, p. 44.
Aurora Barletta, Profilo storico di Guglielmo Pepe, a cura del Comune di Squillace, Catanzaro Grafiche Abramo, 1955.
Giuseppe Talarico, Guglielmo Pepe nel Risorgimento Italiano, Catanzaro Silipo & Lucia, 1982
Guglielmo Pepe,Delle Rivoluzioni e delle Guerre d'Italia nel 18472 1848, 1849, con prefazione del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e scritti di Gerardo Marotta e Giuseppe Catenacci, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici/Associazione Nazionale Nunziatella, Napoli 1991

Angelo Scordo Camillo Mariconda, Guglielmo Pepe e Torino, Associazione Nazionale Nunziatella Torino, 1991.
Luca Manfredi, Vita e pensiero del generale Guglielmo Pepe, Foggia Bastogi, 2009.
Ermanno Voci, Guglielmo Pepe esule a Torino, tALìA Editrice, Torino 2004.
Cfr. lettera a Damiano Assanti, 27 aprile 1851, in Archivio Storico Risorgimento, Roma, b.12217 - inedita.
Sul patriota, oltre alle Memorie (Lugano 1847) del fratello Generale Guglielmo cfr.: Francesco Carrano, Vita del generale Florestano Pepe, Genova, 1851; Cesare Morisani, Ricordi biografici del generale Florestano Pepe, Reggio C., 1892; Carlo Trionfi,Guglielmo e Florestano Pepe, Milano, 1942.
Cfr. Antonio Quacquarelli, La spedizione punitiva dei francesi in Andria del 23 marzo 1799, p. 304; Attilio Simioni, Le origini del Risorgimento politico dell’Italia meridionale, ristampa anastatica con indice dei nomi e dei luoghi a cura di I. Del Bagno, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria, 1995.
Cfr. Jules Michelet, Storia di Francia (1833-1867) e Storia della Rivoluzione francese (1847-1853).
Su questo ancora dibattuto argomento cfr., tra l’altro: Lumbroso Giacomo, I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800), Minchella editore, Milano 1997; Id., Guida introduttiva alle insorgenze contro-rivoluzionarie in Italia durante il dominio napoleonico (1796-1815), Pessano (Milano) 1996; Id., 1799 La Grande Insorgenza, Lazzari e Sanfedisti contro l'oppressione giacobina, Edizioni Controcorrente, 1999; Pappalardo Francesco, Sanguinetti Oscar, Insorgenti e sanfedisti: dalla parte del popolo. Storia e ragioni delle Insorgenze anti-napoleoniche in Italia, Tekna, Potenza 2000; Marcello Barberio, La novella strage degli innocenti di Crichi, Calabria Letteraria 10-11-12/1987.

Al prof. Mola, che lo aveva preceduto e che aveva sostenuto egregiamente nel suo interessante intervento l’inesistenza di un Risorgimento come “guerra civile”, il sindaco Rhodio si è permesso di fornire alcuni episodi “locali” (meridionali e calabresi, e nella stessa esperienza militare e politica dei Pepe) che invece dimostrerebbero il contrario.

Le Vendite carbonare erano abbastanza diffuse in Calabria: ad Altilia (…) e infine a Squillace, a Crotone, a Mesoraca, a Nicastro, a Maida, a Monteleone (oggi Vibo Valentia) e a Palmi, oltre che nel distretto di Gerace, cfr. E. E., Massoni e Carbonari calabresi dal 1806 all'Unità, in Hiram n. 2, febbraio 1986; Giuseppe Gabrieli, Legami massonico carbonari, in "Rivista Massonica", n. 3, marzo 1977, p 147-152.

Sulla partecipazione dei cittadini nati nel Mezzogiorno alla Resistenza e sulle medaglie d’oro nate nel Mezzogiorno e cadute in combattimento al centro-nord cfr. S. Di Bella, A.M. Garufi, P. Currò, Il sangue e il sole. Partigiani del Mezzogiorno (1943-1945), Zaleuco, Vibo Valentia-Messina 2011.