Il Sindaco di Squillace Sig. Comandante della Formazione, Generale Spinelli, Sig. Generale Mencagli, Signor PresidenteMariconda, dr. Catenacci, Illustri Autorità, on. Valerio Zanone, Gentili Signore e Signori, Carissimi concittadini (è qui presente una nutrita rappresentanza di squillacesi, nativi od oriundi): a tutti grazie per la partecipazione, un grazie che estendo a S. E. il Prefetto dr. Alberto Di Pace, che avrei avuto piacere di rivedere (il dr. Di Pace è stato negli anni scorsi Prefetto di Catanzaro), e al sig. Presidente del Consiglio Comunale di Torino, dr. Giovanni Maria Ferraris, che ci ho onorato stamane nell’omaggio al monumento al Generale Pepe. Non ostante questi limiti e queste incompiute; non ostante queste diversità e queste disparità, noi meridionali, soprattutto in questi giorni di rivendicazioni egoistiche e secessioniste, intendiamo ribadirela fondamentale, irreversibile e irrevocabile unità che insieme, Nord e Sud – pensatori, formatori, organizzatori eroi e martiri – abbiamo voluto e abbiamo conseguito e che vogliamo insieme sviluppare ed equilibrare in termini di giustizia e di solidarietà. Sono certo che da me non vi aspettate una rievocazione storica dei due generali e Patrioti squillacesi. Prima di me il prof. Mola ci ha tracciato lucidamente la figura di Francesco De Sanctis e il suo impegno per la formazione della coscienza nazionale. Io riprendo, proprio da De Sanctis, alcune frasi toccanti e scultoree da lui pronunziate qui a Torinosul feretro del nostro generale, mentre si raccoglievano le lacrime della vedova, la grande scozzese Marianna Coventry, benefattrice degli esuli italiani a Londra, a Parigi e a Torino; mentre le giovani donne di Venezia, riconoscenti dell’eroica difesa che il nostro generale aveva combattuto sugli spalti di Marghera, insieme a Manin, a Tommaseo, a Foscolo, al giovane poeta Poerio, e mentre una folla di patrioti, canuti e giovanissimi, salutavano con nostalgica commozione il vegliardo calabrese che li aveva guidati e spronati in tante eroiche battaglie e in tante difficili prove politico-militari e che non riusciva a vedere il compimento dell’Unità, da lui tanto sognata e e favorita. Da qui a poco, il generale Bovio ci parlerà da par suo di Enrico Cosenz: è questo patriota uno dei soldati più fidati e più legati a Guglielmo Pepe, tanto che sarà lui – insieme a quattro altri commilitoni difensori di Venezia: Damiano Assanti, Francesco Carrano, Gerolamo Ulloa, Camillo Boldoni - a ricevere in dono la bella proprietà della Coscia, oggi Copanello, alla marina di Squillace, sulle sponde del nostro glauco golfo, antico possedimento dei Pepe, già appartenuta all’altro famoso squillacese Cassiodoro Senatore, fondatore del celebre Vivarium, prima università d’Europa. Non sono pochi gli studi e le monografie che hanno esaminato e valutato le splendide e coraggiose figure dei fratelli, generali e patrioti Florestano e Guglielmo Pepe: contenute ed in gran parte obsolete quelle riguardanti Florestano, molto più numerose ed attuali quelli che si interessano di Guglielmo, del quale possediamo approfondimenti più o meno esaustivi che vanno dai primi esegeti risorgimentali (Imbriani, D'Ayala, Carrano, De Sanctis, ecc.) fino a Ruggero Moscati, che pubblica nel 1941 un primo epistolario, e recentemente a Giovanni Spadolini che traccia una scultorea immagine nel "Gli italiani che fecero l'Italia", fino ai nostri giorni con Barletta, Talarico, Marotta Catenacci, Mariconda, Manfredi eVoci. Tutti e due i generali restano, comunque, personaggi cruciali delle fasi più vivide del nostro riscatto nazionale, dagli anni possenti dei moti liberali e fino agli anni immediatamente successivi alla prima guerra d'indipendenza. Più esaltato Guglielmo che merita le frasi scultoree di Manzoni e di Mazzini, meno considerato Florestano, una personalità che non si capisce se non si considera appieno quanto Guglielmo, in una lettera diretta al cugino Assanti, poi Generale e parlamentare, voleva che si scrivesse sull’unica tomba dei due fratelli e che noi scolpiremo, nei prossimi mesi, nella ricomposizione a Squillace di un unico monumento dei due Patrioti:Eran due corpi e un'alma, E nella patria tenevan chiodato il core. Vorrei perciò tanto parlare di Florestano, e dell’ambiente familiare di Squillace, e delle cose inedite della sua vita, ma il tempo è tiranno. Ricordo che egli combatte, insieme all’eroe Ettore Carafa, come Leonida alle Termopili, sotto le mura di Andria, il 23 marzo 1799, per difendere i valori liberali e rivoluzionari inalberati dalla Repubblica Partenopea, procurandosi una vistosa ferita al petto, mai rimarginata; è poi con Bonaparte a Marengo e in Russia, partecipando ai combattimenti in mezzo alla neve e ai ghiacci al comando dei suoi cavalleggeri, chiamati “i diavoli bianchi”, i quali coprono la ritirata degli avanzi sbandati della Grande Armata, permettendo ad essi e allo stesso Napoleone diraggiungere Vilno e Danzica; è comandate generale per sottomettere nel 1820 Palermo, dove però, attraverso un intesa dignitosa e lungimirante con gli insorti siciliani, abbozza la prima autonomia della Sicilia, sconfessata dal Borbone, al quale con superiore dignità rifiuta ogni onorificenza eprebenda, decidendo di prendere le distanze da questa cecità, con l’abbandono di ogni ruolo politico o militare al vertice del regno. Non bisogna dimenticare il sostegno con consigli, solidarietà e cospicue risorse finanziarie che egli, abbastanza ricco, assicurò al fratello, sempre in difficoltà, e quindi alla causa italiana. Il suo più accreditato biografo, il patriota Francesco Carrano, conclude la sua rievocazione, nel 1851, con questa frase: <<Cosi visse Florestano Pepe - soldato e cittadino italiano - del quale non so. se debbasi più lodare l' amor di patria, e il valore e il sapere guerresco, ovvero la temperanza, la giustizia, la magnanimità e mansuetudine, virtù che in tutte le condizioni della sua vita virilmente praticò, e la nobile fierezza con la quale per trenta anni si tenne lontano dai potenti dominatori, in ogni tempo leale e grandemente libero; o più ancora i domestici affetti, e l'amore che portò alle grandi sventure e al fratello in felicissimo>>. Prima di concludere, vorrei fissare in questo incontro così prestigioso e solenne, almeno questi tre concetti:
Molti studiosi, ormai, inglobano l’epoca risorgimentale in una prospettiva di lungo periodo, che va dal Triennio Rivoluzionario 1796-1799 e si chiude con l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana. Dopo l’8 settembre del 1943 e la fuga di Vittorio Emanuele III di Savoia è ancora una volta il popolo a scendere in battaglia e a fare la Resistenza. Perciò ribadirlo come filo conduttore per la ricostruzione del manifestarsi e radicarsi vittorioso della democrazia nel nostro Paese è essenziale anche per recuperare al Mezzogiorno il ruolo di protagonista di una storia che porta alla democrazia l’intero Paese. Nell’esilio di Londra e di Torino progetta e abbozza, finanche, una società di “Fratelli costituzionali europei”, anticipando idee e organizzazione di popoli che solo nel XX secolo prenderanno forma e corpo. Assenza di molte città repubblicane, tra quelle decorate con medaglia d’oro. La Repubblica italiana nel 150.mo dell’Unità può e deve riparare l’ingiustizia e può e deve rivendicare al Risorgimento i contenuti democratici che l’hanno reso immortale e che si ricollegano, essi soli, alla maturazione civile di un popolo che vuole la libertà per sé e per tutti gli altri popoli. La richiesta può certamente partire da Squillace, patria di Guglielmo Pepe, la cui vita di combattente per la libertà si apre, a 16 anni, sulle barricate della Repubblica di Napoli e si chiude sulle barricate della Repubblica di Venezia nel 1848/49, ma può essere patrocinata e autorevolmente sostenuta, io lo auspico, da Torino, dove l’esilio e la morte del Pepe suggellarono una vita patriotticamente generosa e intemerata. Sarebbe un modo di evidenziare la continuità di una battaglia per la democrazia che ha visto poi nel 1943-45 la città di Torino in primo piano nella resistenza e che sulle montagne del Piemonte ha visto uniti, ancora una volta, cittadini italiani provenienti anche dalle regioni del Mezzogiorno.
Le Memorie di Guglielmo Pepe, e molti altri suoi scritti, consentono di avere il punto di vista di un protagonista capace non solo di combattere, ma di ragionare su ciò che accade sotto i suoi occhi.
Torino, Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell'Esercito, 1° ottobre 2011
GUIDO RHODIO
GiovanniVerga, a distanza di vent'anni, riprende i fatti di Bronte nella novella “Libertà”, pubblicata il 12 marzo 1882 nella "Domenica Letteraria" e compresa poi nella raccolta Novelle (cfr. GiovanniVerga, “Novelle” a cura di Roberto Fedi - U. Mursia editore, Milano,1988). Angelo Scordo Camillo Mariconda, Guglielmo Pepe e Torino, Associazione Nazionale Nunziatella Torino, 1991. Al prof. Mola, che lo aveva preceduto e che aveva sostenuto egregiamente nel suo interessante intervento l’inesistenza di un Risorgimento come “guerra civile”, il sindaco Rhodio si è permesso di fornire alcuni episodi “locali” (meridionali e calabresi, e nella stessa esperienza militare e politica dei Pepe) che invece dimostrerebbero il contrario. Le Vendite carbonare erano abbastanza diffuse in Calabria: ad Altilia (…) e infine a Squillace, a Crotone, a Mesoraca, a Nicastro, a Maida, a Monteleone (oggi Vibo Valentia) e a Palmi, oltre che nel distretto di Gerace, cfr. E. E., Massoni e Carbonari calabresi dal 1806 all'Unità, in Hiram n. 2, febbraio 1986; Giuseppe Gabrieli, Legami massonico carbonari, in "Rivista Massonica", n. 3, marzo 1977, p 147-152. Sulla partecipazione dei cittadini nati nel Mezzogiorno alla Resistenza e sulle medaglie d’oro nate nel Mezzogiorno e cadute in combattimento al centro-nord cfr. S. Di Bella, A.M. Garufi, P. Currò, Il sangue e il sole. Partigiani del Mezzogiorno (1943-1945), Zaleuco, Vibo Valentia-Messina 2011.
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